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Lìsola

Charles Bukowski

Compagno di sbronze. – Gabbia di matti appena fuori di Hollywood

E, sempre parlando di merda, la stitichezza mi ha sempre fatto più paura del cancro. […] Se passo un giorno senza cagare posso andare a finire dappertutto, può succedermi di tutto – mi dispero così tanto quando questo accade che spesso cerco di succhiarmi il cazzo per sbloccare il sistema, per rimettere in moto le cose. E se avete mai cercato di succhiarvi il cazzo allora conoscete più che bene la tremenda tensione esercitata sulla spina dorsale, sull’osso cervicale, su ogni muscolo, su tutto quanto.

 

Musica per organi caldi. – La morte del padre II

Mia madre era morta l’anno prima. Una settimana dopo la morte di mio padre, me ne stavo da solo a casa sua. La casa si trovava a Arcadia, e le volte che mi ci ero avvicinato di più erano state quelle in cui ero passato sull’autostrada, diretto a Santa Anita.

I vicini non mi conoscevano. Il funerale era terminato. Andai al lavandino, riempii un bicchiere d’acqua, lo bevvi e uscii in giardino. Non sapevo cosa altro fare, presi la canna, aprii il rubinetto e cominciai a innaffiare i cespugli. Mentre ero lì sul prato, vidi le tendine scostarsi. Poi la gente cominciò a uscire dalle case. Una donna attraversò la strada e mi si avvicinò.

«Sei Henry?» mi chiese.

Le dissi di sì.

«Conoscevo tuo padre da anni».

Poi si avvicinò il marito. «Conoscevamo anche tua madre», disse. Mi chinai e chiusi il rubinetto. «Non volete accomodarvi?» domandai. Si presentarono come Tom e Nellie Miller e insieme entrammo in casa.

«Sei identico a tuo padre».

«Lo so, me lo dicono tutti».

Ci sedemmo e restammo a guardarci.

«Oh», esclamò la donna. «Aveva un’infinità di quadri. Doveva amare la pittura».

«Sì, pare proprio di sì».

«Adoro quel quadro con il mulino a vento sullo sfondo del tramonto».

«Lo prenda, se vuole».

«Sul serio?».

Suonò il campanello. Erano i Gibson. Anche i Gibson mi dissero che conoscevano mio padre da anni.

«Sei identico a lui», disse la signora Gibson.

«Henry ci ha regalato il quadro con il mulino a vento».

«Che gentile. Io vado pazza per quello con il cavallo azzurro».

«Lo prenda pure, signora Gibson».

«Dici sul serio?».

«Sì, certo».

Il campanello suonò di nuovo. Entrò un’altra coppia. Lasciai la porta socchiusa. Poco dopo un uomo ficcò dentro la testa.

Era solo. «Sono Doug Hudson. Mia moglie è dal parrucchiere».

«Si accomodi, signor Hudson».

Arrivarono altre persone, generalmente in coppia. Cominciarono ad aggirarsi per la casa.

«Ha intenzione di venderla?».

«Forse sì».

«È una bella zona».

«Già, ho visto».

«Oh, questa cornice è deliziosa. Peccato che il quadro non sia all’altezza».

«Prenda solo la cornice».

«E del quadro cosa me ne faccio?».

«Lo butti in pattumiera». Mi guardai attorno. «Se qualcuno vede un quadro che gli piace, non faccia complimenti».

Non ne fecero. Ben presto le pareti rimasero spoglie.

«Le servono queste sedie?».

«No, non credo».

Avevano cominciato a entrare anche i passanti, e non si davano neanche la briga di presentarsi.

«E il divano?» domandò qualcuno a voce spiegata. «Le interessa il divano?».

«No, non mi interessa», risposi.

Si presero il divano, poi il tavolo da cucina e le sedie.

«Non hai un tostapane da qualche parte, Henry?».

Si presero il tostapane.

«Questi piatti non ti servono, vero?».

«No».

«E l’argenteria?».

«No».

«E la caffettiera? il frullatore?».

«Portateli pure via».

Una donna aprì una credenza che stava sul portico dietro la casa. «E tutte queste conserve di frutta? Non ce la farà mai a finirle».

«Va bene , gente, prendetene un po’. Ma cercate di spartirvele equamente».

«Oh, io voglio le fragole».

«Ehi, a me i fichi!».

«Io prendo la marmellata d’arance!».

La gente andava e veniva, portando con sé altra gente.

«Ehi, qui c’è un quinto di whiskey! Tu bevi, Henry?».

«Il whiskey lasciatelo».

La casa cominciò a affollarsi. Si sentì scorrere l’acqua dello sciacquone. Qualcuno fece cadere un bicchiere, che si infranse al suolo.

«Ti consiglio di tenere l’aspirapolvere, Henry. Potrai usarlo a casa tua».

«Va bene, lo terrò».

«Tuo padre aveva anche degli arnesi da giardinaggio in garage. Cosa pensi di farne?».

«Quelli vorrei tenermeli».

«Se me li vendi, ti do 15 dollari».

«D’accordo».

Mi diede i 15 dollari e gli diedi la chiave del garage. Poco dopo lo udii attraversare la strada con la falciatrice, diretto a casa sua.

«Sei stato pazzo a vendergli tutta quella roba per 15 dollari, Henry. Vale molto di più».

Non risposi.

«E la macchina? Ormai ha già quattro anni».

«La macchina me la tengo».

«Te la pago 50 dollari».

«Me la tengo lo stesso».

Qualcuno arrotolò il tappeto del salotto. Poi la gente cominciò a perdere interesse. Ben presto rimasero solo in tre o quattro, infine più nessuno. Mi lasciarono la canna per annaffiare, il letto, il frigorifero, la cucina e un rotolo di carta igienica.

Uscii di casa e andai a chiudere la porta del garage. Passarono due ragazzini sui pattini a rotelle. Si fermarono a guardarmi mentre chiudevo la porta del garage.

«Vedi quel tizio?».

«Sì».

«Suo padre è morto».

Si allontanarono schettinando. Io raccolsi la canna, aprii il rubinetto e cominciai a annaffiare le rose.

Friedrich Dürrenmatt, "Natale"

Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane stantio. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii.

Olivier Adam, "Peso leggero"

Ho sorseggiato le mie birre e ho sentito le lacrime rigarmi il viso. Non era niente, solo la stanchezza. Mi dicevo così a denti stretti, mi dicevo non è niente sei stanco. Andava tutto bene, ero in un bar a piangere in pigiama, andava tutto bene, non è niente, la stanchezza, Su e mio figlio, mia sorella che si sposava, Chef che non avrei più visto e tutti quei corpi nelle casse, che si accumulavano da lustri.

Jorge Luis Borges, "La casa di Asterione"

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calar del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio al mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro per i corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo di un corridoio e gioco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini gli dico: “Adesso torniamo all’angolo di prima”, o: “Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua”, oppure: “Ora ti faccio vedere una cisterna che si è riempita di sabbia”, o anche: “Vedrai come si biforca la cantina”. A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi, o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro, senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?

 

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.«Lo crederesti, Arianna?», disse Teseo. «Il Minotauro non s’è quasi difeso».

Frame

Dietro il trucco del sabato
Sarei curioso di sapere
Fuori dalla confusione
Come ti chiami

John Kennedy Toole, "Una banda di idioti"

«Comunque, te l’avevo detto che sarebbe finita così. Io sono un anacronismo vivente; questo la gente lo capisce e mi diventa ostile».

 

«In casa aiuto a spolverare e, in più, sto scrivendo una lunga accusa contro il nostro secolo. A volte, quando il cervello comincia a fondersi per il troppo lavoro intellettuale, mi metto a fare la crema di formaggio».

 

«Va bene, va bene, mi cercherò un lavoro, anche se non sarà proprio quello che definiresti un buon lavoro; forse potrei avere delle intuizioni che andrebbero a tutto vantaggio di un eventuale datore di lavoro, o forse questa esperienza potrebbe fornirmi un nuovo orizzonte per i miei saggi; in fondo lavorare per il sistema che si sta criticando costituisce di per sé un aspetto ironico che può avere risvolti interessanti».

 

«Guardiamo sui giornali del pomeriggio. Forse c’è qualcosa di adatto a te».

«Se devo tornar fuori domani, non voglio uscire così presto. Oggi mi sono sentito tutto scombussolato mentre ero in città».

«Ma se sei uscito dopo pranzo!»

«Comunque non mi sentivo bene. Stanotte ho fatto dei brutti sogni e mi sono svegliato tremante e tutto pesto».

«Ecco, senti un po’. Sono già un paio di giorni che vedo questo annuncio» disse la signora Reilly, tenendo il giornale molto vicino alla faccia. «Cercasi elemento di amico…»

«Ci sarà scritto “dinamico”».

«Cercasi elemento dinamico, fidato, portato ai contratti umani…»

«“Contatti umani”. Da’ un po’ qua» disse Ignatius, strappandole di mano il giornale. «È un peccato che tu non abbia studiato».

«Eravamo molto poveri».

«Per piacere non ricominciare con quella storia così triste; “Cercasi elemento dinamico, fidato, portato ai contatti umani”. Signore santo, vogliono un mostro! Temo che non potrei mai lavorare per una ditta che ha una tale visione del mondo».

 

Ignatius si trovò all’interno di uno degli uffici più squallidi che avesse mai visto. Le lampadine che pendevano dal soffitto macchiato mandavano una luce debole e giallastra che si rifletteva sul pavimento sconnesso. Alcuni vecchi schedari dividevano il locale in tanti piccoli scompartimenti, ciascuno con una scrivania dipinta di arancione. […] L’atmosfera che regnava in quel posto ricordò a Ignatius quella di camera sua e, pieno di gioia, sentì che anche la sua valvola era d’accordo, e lo dimostrava aprendosi. Ignatius pregò quasi ad alta voce che lo assumessero. Era impressionato e sopraffatto da quel luogo.

Vincent Klos, "Spannung"

«Olivia, sono commosso dalla tua arte. Dico sul serio. La tenacia che mostri nel sobbarcarti il peso del post-concettualismo è piena di dignità. Nella tua visione della sfiducia c’è un superamento del sé che sembra voler demistificare il significato più recondito; eppure ogni anfratto, sotto il tuo sguardo, viene snidato. Stai riuscendo, anche se probabilmente non lo sai, o lo rifiuti, a incanalare una forza di “creazione al negativo” – se mi concedi l’uso di quest’espressione antitetica – che riesce a dare forma plastica alla tua mancanza.

Vedi, la decostruzione semantica, o la decostruzione fisica in sé stessa – dell’oggetto in questione, intendo – dànno corpo ai numerosi pastemi di cui fai uso, e questo non fa che intensificare il contraddizionismo non dialettico con cui quasi ti burli dello spettatore; perché tu non vuoi sorprendere l’osservatore: tu vuoi prenderlo alla sprovvista.

Ma, Olivia, in effetti non ti rendi conto che alla fine questo non è che il modo per venir fuori, per venire a galla da un finto o dissimulato nascondimento; e Olivia, la tua anima, su quell’oggetto, è talmente viva ed evidente che si può perfino toccare. E adesso dammi una mano: devo sborrare».

Santo Bevitore, "Cenere"

Contorta in fiamme
Non muovo un dito
Ti osservo bruciare
E rido

Arthur Bauer, "Conversazione in sé"

Sì, in effetti mi trovo bene. Mi piace. Mi dà una sorta di stress rilassante. Dovermi spostare, incontrare persone, discutere con potenziali clienti… E credo che la cosa si muova parallelamente al piacere di guidare. Quindi, dopo aver concluso un appuntamento per un contratto, o un “pranzo di lavoro”, posso ritornare da solo, rimettermi al mio volante, ascoltare la mia musica o meno, sentire le stupidaggini di sottofondo di un programma radio, stabilire la velocità, fumare o no: ricostruirmi per l’incontro successivo.

Se mi sposto indietro negli anni, mi accorgo di come questa predisposizione non sia poi così nuova, anzi, di come in realtà sia piuttosto radicata nella mia indole. Quando la sera mi davo alla mondanità – sì, bisogna spostarsi un bel po’ indietro negli anni, lo ammetto –, in qualche modo mi opprimeva l’idea del gruppo, della comitiva, del branco; per cui ero solito frequentare, anche nella stessa sera, tre o quattro di quei circoli amicali, nessuno dei quali probabilmente mio fino in fondo. Zampettavo, di qua e di là; e durante lo spostamento fisico da una cerchia a un’altra, indipendentemente dal fatto che avvenisse in auto o a piedi, io tornavo con me, limpido e cosciente.

L’idea che mi sono fatto di tutto questo – ben misera, lo so – è che, fatte salve alcune fugaci eccezioni, io non veda negli altri che una pratica sociale da sbrigare.

Georges Perec, "La vita, istruzioni per l'uso"

Bartlebooth, in altre parole, decise un giorno di organizzare tutta la sua vita intorno a un progetto unico la cui necessità arbitraria non avrebbe avuto uno scopo diverso da sé.

L’idea gli venne quando aveva vent’anni. Fu sulle prime un’idea vaga, una domanda che si poneva: cosa fare?, una risposta che si abbozzava: niente. Il denaro, il potere, l’arte, le donne, non interessavano Bartlebooth. Come neanche la scienza, né il gioco. Tutt’al più […] una certa idea di perfezione.

Che si sviluppò nei mesi, negli anni a seguire, articolandosi intorno a tre principi direttivi […].

Si organizzò in concreto un programma che possiamo in succinto enunciare così:

Per dieci anni, dal 1925 al 1935, Bartlebooth si sarebbe iniziato all’arte dell’acquerello.

Per vent’anni, dal 1935 al 1955, avrebbe viaggiato in lungo e in largo, dipingendo, in ragione di un acquerello ogni quindici giorni, cinquecento marine dello stesso formato (65×50, 0 50×64 standard) raffiguranti porti di mare. Appena finita, ciascuna di quelle marine sarebbe stata spedita a un artigiano specializzato (Gaspard Winckler) che incollandola su un foglio di legno sottile l’avrebbe tagliata in un puzzle di settecentocinquanta pezzi.

Per vent’anni, dal 1955 al 1975, Bartlebooth, tornato in Francia, avrebbe ricomposto, nell’ordine, i puzzle così preparati, in ragione, di nuovo, di un puzzle ogni quindici giorni. Via via che i puzzle fossero stati ricostruiti, le marine sarebbero state ristrutturate in modo da poterle scollare dal loro supporto, trasportate nel luogo stesso in cui – vent’anni prima – erano state dipinte, e immerse in una soluzione solvente da cui non sarebbe riemerso che un foglio di carta Whatman, vergine e intatto.

Così non sarebbe rimasta alcuna traccia di quell’operazione che, per cinquant’anni, aveva completamente mobilitato il suo autore.

Chuck Palahniuk, "Soffocare"

E di nascosto mi infilo in bocca il tappo della bottiglia di ketchup. E mando giù.

Un attimo dopo tendo le gambe di scatto, così forte che la sedia si ribalta. Le mani mi si aggrappano alla gola. Balzo in piedi fissando il soffitto imbiancato e con la bocca spalancata, gli occhi rovesciati all’indietro. Il mento si protende in avanti, quasi mi si stacca dalla faccia.

Gli investigatori stanno già scattando in piedi.

Ho smesso di respirare, e le vene del collo mi si gonfiano. La faccia mi diventa rossa, incandescente. Il sudore comincia a bagnarmi la fronte. A macchiarmi la camicia. Con le mani mi stringo forte il collo.

Perché non sono in grado di salvare nessuno, né come dottore, né come figlio. E visto che non sono in grado di salvare nessuno, non sono nemmeno in grado di salvare me stesso.

Perché adesso sono orfano. Sono disoccupato e solo. Perché mi fa male la pancia e perché morirei comunque, dentro sto già morendo.

Perché la propria fine bisogna progettarsela.

Perché una volta oltrepassato un limite, è impossibile fermarsi.

E non c’è via di fuga, per chi vive in fuga. Distraendosi. Evitando lo scontro. Aspettando che passi. Masturbandosi. Negando.

Gli investigatori alzano gli occhi dal diario, e uno di loro dice: «Tranquilli. È come abbiamo letto nel quaderno. Sta solo facendo finta».

Stanno a guardare.

Ho le mani alla gola, non riesco a respirare. Lo stupido ragazzino che gridava sempre al lupo al lupo. […]

Per la prima volta da tanto, tanto tempo, provo un senso di pace. Non sono felice. Non sono triste. Non sono angosciato. Non sono arrapato. Sento solo i piani alti del mio cervello che chiudono i battenti. La corteccia cerebrale. Il cervelletto. È lì che sta il mio problema.

Mi sto semplificando.

In perfetto equilibrio tra felicità e tristezza.

Perché una spugna di mare non ha mai giornate no.

David Lindberg, "Astronave di bambino"

Come quando, camminando la notte verso casa, una Polo grigia ti punta addosso i fari accesi, venendoti incontro senza via di fuga; e non puoi che rimanere immobile lì sulla strada, perché sai che si sposterà, certo, ma non sai se a destra o a sinistra; e quando ti passa a fianco senti una forte fitta al muscolo dell’avambraccio, dovuta forse a una scommessa di ubriachezza dei quattro ominidi nell’abitacolo, che in quel momento hanno scelto di giocare su di te, non permettendoti nemmeno di capire se a colpirti sia stato un pugno chiuso o uno specchietto; e mentre il dolore al tuo braccio punge, sogni di rincorrerli, guardarli in faccia e lanciargli dentro il tuo mozzone di sigaretta accesa, ché possano sbandare o prendere fuoco; o che, costretti a fermarsi, tu abbia il tempo di cavare fuori dal finestrino quello dei quattro che ancora ride, afferrandolo per il colletto rosa, e strappandogli gli occhi con le chiavi che tieni strette nel pugno. Ma mentre sogni questo, ancora fermo per strada con la mano che massaggia il muscolo offeso, la Polo grigia è scomparsa. E non ti resta che riempire la strada che ti separa da casa e coricarti a letto, abbracciando caldamente Mrs Rabbia e Madame Impotenza.

Edwin A. Abbott, "Flatlandia"

Sugli abitanti della Flatlandia

Le nostre Donne sono delle Linee Rette. I nostri Soldati e gli Operai delle Classi Inferiori sono dei Triangoli con due lati uguali […] e un terzo lato, o base, così corto da formare al vertice un angolo assai acuto e temibile. […] La nostra Borghesia è composta da Equilateri, ovvero da Triangoli dai lati uguali. I nostri Professionisti e Gentiluomini sono Quadrati […] e Figure a Cinque Lati, o Pentagoni. Subito al disopra di costoro viene l’Aristocrazia, divisa in parecchi gradi, cominciando dalle Figure a Sei Lati o Esagoni […].

Sulle Donne 

Se i nostri acuminati Triangoli della Classe Militare sono pericolosi, se ne può facilmente dedurre che le nostre Donne lo sono ancora di più. Perché se un soldato è un cuneo, una Donna è un ago, essendo, per così dire, tutta punta, almeno alle due estremità. Si aggiunga a ciò la sua facoltà di rendersi praticamente invisibile quando vuole, e vi renderete conto che in Flatlandia una Femmina è una creatura con cui c’è assai poco da scherzare. […] A questo punto i rischi a cui siamo esposti dalla presenza delle nostre Donne saranno evidenti anche all’intelletto meno pronto di tutta la Spacelandia. Infatti, se persino l’angolo di un rispettabile Triangolo borghese non è privo di pericoli, se l’urto con un Operaio comporta un taglio, se la collisione con un Ufficiale della Classe Militare è seguita di regola da una ferita seria, se l’essere semplicemente toccati dal vertice di un Soldato Semplice comporta un rischio mortale, che altro ci si potrà aspettare dall’urto con una Donna, se non la distruzione totale e immediata? E quando una Donna è invisibile, o visibile soltanto come un punto semiopaco, non sarà difficile anche per i più prudenti riuscir sempre a evitare una collisione? […]

Come la Sfera m’indusse a una visione

«Guarda laggiù», disse la mia Guida «nella Flatlandia tu hai vissuto, della Linelandia tu hai avuto una visione; con me ti sei innalzato alle altezze della Spacelandia; ora, per completare il quadro della tua esperienza, ti condurrò verso il basso, nelle più oscure profondità dell’esistenza, nel reame di Pointlandia, nell’abisso dell’adimensionale. Osserva quella miserabile creatura. Quel Punto è un Essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo Mondo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuori di se stesso: egli non conosce lunghezza, né larghezza, né altezza, poiché non ne ha esperienza; non ha cognizione nemmeno del numero Due; né ha un’idea della pluralità, poiché egli è in se stesso il suo Uno e il suo Tutto, essendo in realtà Niente. Eppure nota la sua soddisfazione totale, e traine questa lezione: che l’essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, e che è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici».

Francis Scott Fitzgerald, "Il grande Gatsby"

Jay Gatsby:

Ad una ventina di passi una figura era sorta dall’ombra del palazzo del mio vicino fermandosi in piedi, con le mani in tasca, a guardare i granelli argentei delle stelle. Qualcosa nei movimenti disinvolti e nella salda presa dei piedi sul prato mi fece capire che quello era il signor Gatsby, uscito a verificare quale fosse la porzione del cielo locale che gli spettava. […]

Sorrise con aria comprensiva, molto più che comprensiva. Era uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento, che si incontrano quattro o cinque volte nella vita. Affrontava – o pareva affrontare – l’intero eterno mondo per un attimo, e poi si concentrava sulla persona a cui era rivolto con un pregiudizio irresistibile a suo favore. La capiva esattamente fin dove voleva essere capita, credeva in lei come a lei sarebbe piaciuto credere in se stessa, e la assicurava di aver ricevuto da lei esattamente l’impressione che sperava di produrre nelle condizioni migliori. Esattamente a questo punto svaniva, e io mi trovavo di fronte a un giovane elegante che aveva superato da poco la trentina e la cui ricercatezza nel parlare rasentava l’assurdo. Già prima che si presentasse, avevo avuto l’impressione precisa che scegliesse le parole con cura.

 

Daisy Buchanan:

Mi rivolsi di nuovo a mia cugina, che incominciò a farmi domande con quella sua voce bassa e conturbante. Era il tipo di voce che l’orecchio segue in tutte le modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà mai più ripetuto. Il viso di lei era triste e bello, pieno di cose splendenti: occhi splendenti e una splendente bocca piena di ardore; la voce aveva una vitalità che gli uomini che l’avevano amata trovavano difficile dimenticare: era un invito modulato, un «Ascoltami» bisbigliato, che prometteva per l’ora seguente cose gaie e interessanti come quelle vissute un minuto prima.

 

Tom Buchanan:

Era cambiato dai tempi di New Haven. Adesso era un uomo sui trent’anni, biondo-paglia, massiccio, dalla bocca dura e dai modi altezzosi. Due occhi lucidi e arroganti gli avevano stampato in viso la capacità di dominio e gli davano l’aria di sporgersi continuamente in avanti con fare aggressivo. Neanche l’eleganza effeminata degli abiti da cavallerizzo riusciva a celare la forza enorme di quel corpo: pareva che Tom stipasse gli stivali lucenti fino a forzarne i lacci e quando muoveva la spalla sotto la giacca leggera era visibile un gran fascio di muscoli. Era un corpo poderoso, dalla forza enorme: un corpo crudele. […]

Quanto a Tom, il fatto che avesse “una donna a New York” era in fondo meno sorprendente del fatto che si fosse lasciato impressionare da un libro. Certo qualcosa lo induceva a rosicchiare i lembi di idee rancide come se il suo solido egotismo fisico non fosse più bastevole a nutrirgli il cuore prepotente. […]

Credo che avesse bevuto molto a colazione, e la sua decisione di avere la mia compagnia confinava con la violenza. Il presupposto sprezzante era che io la domenica pomeriggio non avessi nulla di meglio da fare.

Jasper Fforde, "Persi in un buon libro"

Trovai Cordelia Flakk e Harry Flex che discutevano sui pregi di un quadro minimalista dell’artista gallese Tegwyn Wedimedr – talmente minimalista che non c’era affatto. Stavano guardando una parete nuda, con un gancio per appendervi l’inesistente capolavoro.

«Che ti dice, Harry?».

«Non mi dice niente, Cords – ma in modo diverso, molto diverso. Quanto costa?».

Cordelia si sporse a guardare l’etichetta col prezzo.

«S’intitola Al di là della satira ed è quotato milleduecento sterline, una bazzecola […]».

Fernando Pessoa, "Il libro dell'inquietudine"

Negli occasionali e spassionati momenti in cui prendiamo coscienza di noi stessi in quanto individui che sono altri per gli altri, mi ha sempre preoccupato l’idea delle sembianze fisiche e anche spirituali che io offro a coloro che mi vedono e mi parlano quotidianamente o occasionalmente.

Tutti siamo abituati a vedere noi stessi essenzialmente come delle realtà mentali, mentre vediamo gli altri come delle realtà fisiche. A causa dell’effetto che destiamo negli occhi degli altri abbiamo una vaga consapevolezza di noi stessi come entità fisica; consideriamo vagamente gli altri come delle realtà mentali, ma soltanto nell’amore o nel conflitto prendiamo veramente coscienza che gli altri hanno soprattutto un’anima, come l’abbiamo noi per noi stessi.

Perciò mi perdo talvolta nella futile elucubrazione su che tipo di persona sarò per quelli che mi vedono, com’è la mia voce, che tipo di immagine lascio scritta nella memoria involontaria degli altri, in che modo i miei gesti, le mie parole, la mia vita apparente, si imprimono nella retina dell’interpretazione altrui.

Non sono mai riuscito a vedermi dal di fuori. Non c’è specchio che ci rifletta in quanto fuori, poiché non c’è specchio che ci tiri fuori da noi stessi.Sarebbe necessaria un’altra anima, un’altra impostazione dello sguardo e del pensare. Anche se io fossi un consumato attore di cinema o incidessi su dischi udibili la mia voce alta, sono sicuro che resterei ugualmente lontano dal sapere ciò che sono dall’altra parte, poiché, qualunque cosa voglia, qualunque cosa si incida in me, sono sempre qui dentro, nel giardino circondato dagli alti muri della mia coscienza di me.

Raymond Carver, "Cattedrale" (editato à la Lish)

C’era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi. Gli era appena morta la moglie. E così era andato a trovare i parenti di lei in Connecticut. Aveva chiamato mia moglie da casa loro. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andata a prenderlo alla stazione. Non l’aveva più visto da quando aveva lavorato per lui un’estate a Seattle, dieci anni prima. Lei e il cieco si erano tenuti in contatto. Registravano dei nastri e se li spedivano per posta, avanti e indietro. Era un tizio che non conoscevo affatto.

A Seattle mia moglie aveva bisogno di un lavoro. Non aveva un soldo. Aveva visto un annuncio sul giornale – cercasi lettore per cieco – e un numero di telefono. Aveva chiamato, era andata per un colloquio ed era stata assunta su due piedi. Per tutta l’estate aveva lavorato con questo cieco. Gli leggeva della roba, relazioni, rapporti, cose del genere. Lo aiutava a mandare avanti il suo ufficio. Erano diventati buoni amici, mia moglie e il cieco. L’ultimo giorno di lavoro, il cieco le aveva chiesto se poteva toccarle il viso. Lei gli disse di sì. La sfiorò con le dita dappertutto: il viso, il naso, il collo. Si mantennero in contatto, il cieco e lei.

L’aveva chiamato lei per prima, un anno dopo. Aveva voglia di parlare. Parlarono. Lui le chiese di mandargli un nastro e di raccontarle cosa faceva. Lei lo fece. Gli mandò il nastro. Il cieco registrò un nastro di risposta. Glielo mandò. Lei a sua volta ne registrò un altro. Ed è andata avanti così per anni. Con il passare degli anni, ha registrato un sacco di cose e spediva nastri a tutta birra.

Gli raccontava tutto. Una volta mi ha chiesto se volevo ascoltare l’ultimo nastro che le aveva mandato il cieco. È stato un anno fa. Ha detto che c’ero anch’io, sul nastro. Le dissi di sì, sentiamo. Ho preparato da bere e ci siamo accomodati in soggiorno. Lei ha messo il nastro nel registratore e ha regolato un paio di manopole. Poi ha spinto un pulsante. Il nastro ha fischiato un po’ e poi qualcuno ha cominciato a parlare. Dopo qualche secondo di chiacchiere, ho sentito il mio nome sulla bocca di questo cieco. E poi ha detto: «Da tutto quello che mi hai detto di lui…». Ma a quel punto siamo stati interrotti. Hanno bussato alla porta o qualcosa del genere. E non siamo più tornati ad ascoltarlo, quel nastro.

Questa sera il cieco veniva a dormire a casa mia.

«Magari lo posso portare al bowling», dissi. Mia moglie era al lavello. Pelava le patate per lo sformato. Ha messo giù il coltello e si è girata verso di me.

 

Quando è arrivato il momento, mia moglie è andata a prenderlo giù alla stazione. Rimasi in salotto senza fare niente. Accesi la televisione e mi versai un goccetto. Quando ho sentito la macchina imboccare il vialetto mi sono alzato. Con il bicchiere in mano sono andato alla finestra a guardare fuori.

Ho visto mia moglie ridere mentre parcheggiava. L’ho vista scendere dalla macchina e chiudere lo sportello. Sorrideva ancora. Ha girato intorno al cofano per andare dall’altra parte, dove il cieco stava già uscendo dalla macchina. Il cieco aveva una lunga barba. Il cieco ha allungato la mano sul sedile di dietro e ha tirato fuori una valigia. Mia moglie l’ha preso per un braccio, ha chiuso lo sportello, e l’ha guidato lungo il vialetto e poi su per i gradini della veranda. Parlavano e sorridevano. Ho spento la  televisione. Mi sono scolato il mio bicchiere, l’ho sciacquato e mi sono asciugato le mani. Poi sono andato alla porta.

Mia moglie mi presentò al cieco. Lui ha mollato la valigia e mi ha porto la mano. Gliel’ho presa. Me l’ha stretta forte e a lungo. Poi l’ha lasciata andare. «Ho come la sensazione di conoscerti già», disse il cieco. «Anch’io», dissi. Non sapevo che altro dire.

 

Ci sedemmo in soggiorno. Stavo per cominciare a dire qualcosa a proposito del vecchio divano. Ma non ho detto niente. Non avevo mai incontrato una persona cieca. Questo cieco aveva quasi cinquant’anni ed era un uomo massiccio, un po’ stempiato, con le spalle curve, Indossava pantaloni marroni, scarpe marroni, una camicia marroncina, la cravatta e una giacca sportiva. E poi aveva questa grossa barba. I suoi occhi avevano qualcosa di diverso. Troppo bianco intorno all’iride. Le pupille si muovevano nelle orbite senza che lui se ne rendesse conto. Mentre lo guardavo fisso in faccia, ho visto la pupilla sinistra girarsi verso il naso, mentre l’altra faceva lo sforzo di rimanere ferma in un posto. Ma anche quell’occhio si mise a vagare.

«Qualcosa da bere?», dissi. «Abbiamo un po’ di tutto».

«Dello scotch, grazie», disse il cieco. Con le dita sfiorò la valigia che aveva messo accanto al divano. Cercava di orientarsi.

«Un po’ d’acqua nello scotch?», dissi.

«Giusto una goccia», disse lui.

Ho preparato da bere. Poi il cieco ha cominciato a parlare dei suoi viaggi. Prima il lungo volo dalla costa occidentale al Connecticut, la cronaca completa. Poi il viaggio fin qui con il treno. Quella tappa ha richiesto un altro bicchiere. Ricordavo di avere letto che i ciechi non fumano perché non vedono il fumo che esalano. Questo cieco qui fumava le sigarette fino al filtro e poi se ne accendeva subito un’altra. Lui riempiva il posacenere. Mia moglie lo svuotava.

Quando ci siamo seduti a tavola per cena, ci siamo fatti il terzo bicchiere. Mia moglie ha riempito il piatto al cieco con il filetto, lo sformato di patate e i fagiolini. Il cieco localizzava subito le pietanze. L’osservavo tagliare la carne tenendola ferma con la forchetta. Tagliava due pezzetti di carne, se li infilava in bocca e poi andava a caccia delle patate, poi dei fagiolini, quindi staccava un pezzo di pane imburrato e mangiava pure quello. Alla fine, si beveva un sorso di latte. Non si faceva problemi a usare le dita.

Ci abbiamo dato dentro. Abbiamo mangiato tutto il mangiabile finché non è rimasto più niente in tavola. Senza dire una parola. Abbiamo mangiato e basta. Compresa mezza torta alle fragole. Per qualche secondo siamo rimasti lì. Avevamo la faccia imperlata di sudore.

 

Ci siamo alzati lasciando i piatti sporchi sul tavolo. Non ci siamo neanche girati a guardarli. Ci siamo trasferiti in soggiorno e siamo sprofondati nei nostri posti. Il cieco e mia moglie sedevano sul divano e io nella poltrona grande. Ci siamo fatti altri due o tre bicchieri di scotch mentre loro parlavano delle cose che gli erano successe negli ultimi dieci anni. Io stavo solo a sentire. Ogni tanto dicevo qualcosa. Parlavano di cose che erano successe a loro, negli ultimi dieci anni. Il cieco aveva fatto un po’ di tutto. Un tuttofare cieco. Alla fine mi sono alzato e ho acceso la tv. Mia moglie mi ha guardato. «Di’ un po’, ma tu ce l’hai il televisore?», disse al cieco.

«Ne ho due», disse il cieco. «Uno a colori e uno in bianco e nero».

Mi sono messo a guardare il telegiornale e ho provato ad ascoltare quello che diceva l’annunciatore.

«Questo televisore qui è a colori», disse il cieco.

«Sì, l’abbiamo cambiato da poco», dissi.

Il cieco ha preso un altro sorso del suo scotch. Ha tirato su la barba, l’ha annusata e poi l’ha lasciata ricadere. Si è chinato in avanti sul divano. Si è sistemato il posacenere davanti sul tavolinetto, poi s’è acceso la sigaretta. Si è riappoggiato allo schienale e ha incrociato le caviglie. Mia moglie si è coperta la bocca e ha sbadigliato. Si è stirata un po’. Ha detto: «Mi sa che vado di sopra a mettermi in vestaglia».

 

Dopo che lei è uscita, io e il cieco abbiamo sentito le previsioni del tempo e poi il riepilogo delle notizie sportive. A quel punto mia moglie se n’era andata già da parecchio tempo. Ho chiesto al cieco se voleva un altro goccio e lui ha detto come no? Alla fine del telegiornale, mi sono alzato e ho cambiato canale. Poi mi sono riseduto sul divano.

«Sei stanco?», gli dissi. «Vuoi che ti porti di sopra?».

«No,» disse «starò alzato con te ancora un po’. Se non ti dispiace. Non abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere».

«Non ti preoccupare», dissi.

In tv c’era un documentario sulla chiesa e il medioevo. Volevo guardare qualcos’altro. Ho fatto un giro dei canali. Ma anche sugli altri non c’era niente. Così ho rimesso sul primo canale e mi sono scusato con lui. «Non c’è problema», disse il cieco.

Se n’è stato zitto per un po’. Era curvo in avanti, con la testa rivolta a me e l’orecchio destro puntato verso l’apparecchio. Di tanto in tanto le palpebre gli calavano sugli occhi, ma poi si riaprivano di scatto. S’infilava le dita nella barba e gli dava una tiratina.

La tv ha fatto vedere questa cattedrale. Poi c’è stata una lunga, lenta carrellata su un’altra cattedrale. Alla fine è apparsa sul video quella famosissima di Parigi. La telecamera è arretrata per mostrare l’intera cattedrale che si stagliava all’orizzonte. In certi momenti il commentatore inglese restava in silenzio e si limitava a lasciare che la telecamera inquadrasse varie parti della cattedrale. Sono rimasto in silenzio. Poi ho detto: «Stanno facendo vedere l’esterno di una cattedrale. Credo siano in Italia. Le pareti di questa chiesa sono tutte dipinte».

«Per caso sono affreschi?», disse il cieco. Sorseggiava il suo bicchiere. Ho allungato la mano per prendere il mio. Ma era vuoto.

Le riprese sono passate a mostrare una cattedrale fuori Lisbona. Le differenze tra la cattedrale portoghese rispetto a quelle francesi o italiane non erano poi così marcate. Riguardavano per lo più gli arredi interni. Poi m’è venuta in mente una cosa e ho detto: «Ma tu ce l’hai un’idea di che cos’è una cattedrale? Se qualcuno ti dice “cattedrale”, hai un’idea di che cosa sta parlando?».

Lui ha lasciato uscire pian piano del fumo dalla bocca. Poi le palpebre gli sono calate giù di nuovo. Ha tentennato un po’ con la testa. In tv adesso stavano facendo vedere un’altra cattedrale. In Germania, questa volta. La voce dell’inglese continuava a commentare, monotona. «Cattedrali», disse il cieco. Si è tirato su a sedere e ha cominciato a dondolare la testa da una parte all’altra. «Se vuoi sapere la verità, tutto quello che so è quello che ho sentito dire da quel tizio. Ma magari me ne puoi descrivere una tu, eh?».

Io mi sono concentrato sull’inquadratura della cattedrale sullo schermo. Ho fissato ancora un po’ la cattedrale prima che l’inquadratura passasse di nuovo al paesaggio circostante. Mi sono rivolto al cieco e gli ho detto: «Sono altissime». Mi sono guardato intorno nella stanza. «Puntate dritte al cielo. Alcune sono così grandi che devono avere questa specie di puntelli. Questi puntelli si chiamano archi rampanti. Per qualche motivo, mi fanno venire in mente dei viadotti. Ma magari tu non sai nemmeno che cosa sono i viadotti, eh? A volte le cattedrali hanno diavoli e roba del genere sulla facciata. Altre volte, dame e cavalieri. Non mi chiedere come mai», dissi.

Lui annuiva. Tutta la parte superiore del corpo sembrava oscillare avanti e indietro. Mentre mi ascoltava, continuava a passarsi le dita in mezzo alla barba. «Sono davvero grandi», ho aggiunto. «Massicce. Sono fatte di pietra. A volte di marmo. Ai vecchi tempi, quando costruivano le cattedrali, gli uomini volevano essere vicini a Dio. Dio era una parte importante della vita di ognuno. Lo si capisce da tutte le cattedrali che costruivano». Mi fermai. «Scusa» gli dissi, «È che non ne sono proprio capace».

«Non ti preoccupare», disse il cieco. Ho scrollato la testa. L’inglese continuava ad andare avanti imperterrito. «Mi dovrai scusare,» dissi, «ma non ci riesco proprio a spiegarti com’è fatta una cattedrale. Non posso fare meglio di così».

Il cieco è rimasto seduto immobile. Mi ascoltava con la testa abbassata.   

Eugène Ionesco, "Il solitario"

C’è il risveglio. Sì, il risveglio è faticoso. La giornata che ho di fronte è un’immensa spiaggia deserta di cui non vedo la fine. Comunque mi alzo, mi faccio il caffè e lo bevo. […] E quando bevo il caffè, è pur sempre un bel momento. Guardi che ci sono anche dei momenti belli. Però passano in fretta. Bisognerebbe trovare il modo per approfondirli e estenderli. Ci sono soprassalti di gioia e allegria. Ma ricadono così in fretta. Se però ci sono soprassalti, ci deve pur essere una fonte inesauribile da cui sgorgano, una fontana, magari un bel lago circondato da montagne bianche le cui pendici sono dorate dal sole e dalla luce di un paradiso interno. Deve pur esistere da qualche parte. Me lo dico, ci credo un po’, poi ci credo meno, poi non ci credo più per niente. Più vado a fondo e più trovo fango, niente altro che fango. Uno stagno sudicio. Mi contraddico, sì, mi contraddico. Vuol dire che dentro ho anche impulsi positivi, una specie di contrasto. Non sono sempre oppresso, inghiottito. So che il mondo è sempre, instancabilmente vergine. E questo mi dà la forza di vivere. Ma questa cosa che so, non la so abbastanza, non la so con tutto il mio essere. La pesantezza e lo spessore invece vengono senza che io ci pensi, li sento come se esistessero davvero, come se fossero il fondo, la sostanza di ogni cosa.

Mi disse che sì, aveva ancora tempo di stare a parlare con me al telefono, non aveva lezioni quel giorno, potevo continuare ancora per qualche minuto, anche di più. Il mio caso, affermò, era ben noto agli psicoterapeuti. […] Le persone normali stanno tra i due estremi, né luce, né tenebre. Stando lì, a mezza strada, si occupano dei loro affari, pensano ai loro guai, vivono così. È così che si vive. L’umano è questo. Io invece posso vivere solo in stato di grazia. Chi vive in stato di grazia? Eppure, non vivere in stato di grazia è inammissibile. Per me, non c’è via di mezzo tra la grazia e la merda. Gli altri riescono a essere sereni, più o meno. […] Accettano la condizione che ricevono in sorte. Soffrono solo in caso di grandi catastrofi: la morte dei loro parenti, la guerra, la fame, le malattie. Devo confessare che queste cose interessano anche me. Forse è vergognoso dirlo, ma queste cose mi servono a uscire dall’intorpidimento. Attendo con impazienza e piacere che la domestica arrivi a portarmi il giornale. Mi precipito sul giornale e mi diletto cupamente – ma è pur sempre un diletto – a leggere i titoloni che parlano di guerre, atrocità, incendi, inondazioni, dell’inquinamento che aumenta e forse ci asfissierà. Un misto di paura e attrazione. Questo mi permette di trascorrere una mezz’ora tutte le mattine. È qualcosa di vivo, appassionante. Poi, nel giornale, oltre alle novità interessanti, ci sono le parole incrociate. Passo così un’altra ora. Poi arriva l’ora dell’aperitivo, poi c’è il pranzo, poi la siesta. Due o tre ore difficili da passare, poi è ora di cena, dopo di che torno a casa. Allora mi sprofondo nel sonno. L’indomani mattina, di nuovo lo stesso sconforto, poi con il caffè mi riprendo, eccetera. Come vede, in qualche modo mi organizzo la giornata.